Il porto che non c’è più (Una memoria di Francesco Crabuzza)

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E’ morto, ieri, Francesco Crabuzza.

Ci è difficile non essere vicini alla famiglia.

O meglio a quella grande famiglia che gli è sempre stata accanto e che non è solo fatta dei suoi familiari, ma di tutti coloro che hanno lavorato insieme a lui.

Lo ricordiamo con affetto, per essere stati vicini lungo lo stesso pezzo di banchina per tanti e tanti anni.

Lo ricordiamo con il suo cappello di lana che guida una barca verso l’alaggio o il varo, con attenzione, ruvida e gentile nello stesso tempo.

O mentre sorseggia il caffè riparato dal vento sul terrazzo di Alberto insieme ai suoi amici di sempre.

Ricordarlo, però, significa anche un’altra cosa.

Significa ricordare un porto diverso: un porto di piccole barche e di tante famiglie che lavorano in piccoli cantieri affacciati sulle banchine del Mediceo.

Un porto molto diverso dal porto dei mega yacht che sta diventando adesso.

Ma un porto per il quale non vorrei smettessimo di lottare.

Anche in memoria di Francesco.

O mangia trucioli, come molti lo hanno sempre chiamato.

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